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Monica Gori: la scienziata italiana che ha cambiato la percezione del mondo

Nella sua carriera, il know-how artigiano Made in Italy si fonde con la ricerca scientifica rendendo possibile la creazione di dispositivi in grado di aiutare i bambini con disabilità

Un suono può diventare spazio, una vibrazione può indicare una direzione, una presa luminosa può trasformare un esercizio riabilitativo in un movimento naturale. È in questo passaggio, dove la ricerca entra nella vita delle persone, che si colloca il lavoro di Monica Gori, neuroscienziata dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova e guida dell’unità U-VIP, la Unit for Visually Impaired People dell'IIT di Genova. La sua storia intreccia neuroscienze, psicologia dello sviluppo, ingegneria e tecnologie assistive, ma racconta anche un modo italiano di fare innovazione: osservare un bisogno umano, studiarlo con rigore e trasformarlo in strumenti capaci di migliorare la vita delle persone.

Chi è Monica Gori?


Il percorso di Monica Gori comincia lontano dai laboratori. Come raccontato in un’intervista, cresce ad Arezzo, frequenta una scuola d’arte e studia oreficeria, disegno, scultura e pittura. Impara così a lavorare con le mani e a dare forma agli oggetti nati dalle sue intuizioni. Più tardi, questa esperienza diventerà parte del suo modo di fare ricerca: non fermarsi all’idea, ma portarla verso una forma concreta. È una tensione tra pensiero e materia che attraversa molte storie dell’eccellenza italiana, come racconta anche la carriera di Gio Ponti e del design milanese nel mondo.

La svolta arriva con la psicologia e con lo studio della percezione. Al CNR di Pisa incontra la ricerca sulla percezione visiva e comprende che i sensi sono il modo in cui una persona costruisce il proprio rapporto con lo spazio. Il dottorato in tecnologie umanoidi all’IIT le permette poi di unire psicologia sperimentale, studio del cervello e progettazione tecnologica. Da questo incrocio nasce una traiettoria scientifica riconoscibile: dal 2002 Gori lavora sui deficit sensoriali, estendendo il campo a tutte le disabilità.

Cosa succede al cervello quando manca un senso?


Per comprendere il valore del suo lavoro bisogna partire da una domanda solo in apparenza semplice: come si evolve il cervello quando manca un senso? Per molto tempo si è pensato che, in assenza della vista, gli altri sensi si rafforzassero automaticamente. Le ricerche di Monica Gori e del suo gruppo vanno in senso opposto e dimostrano come alla mancanza di un senso, gli altri non diventano più efficaci da soli.

In alcuni casi seguono traiettorie di sviluppo diverse, perché nei primi anni la vista agisce come una sorta di coordinatore. Quando questo riferimento manca fin dalla nascita anche le azioni più semplici come raggiungere un oggetto possono richiedere un percorso più complesso.

È qui che le neuroscienze diventano una guida concreta. Come descritto da Frontiers in Psychology, il suo studio sul dispositivo iReach si muove in questa direzione: intervenire precocemente significa offrire strumenti per esplorare e interagire quando la plasticità cerebrale è ancora elevata.


Monica Gori Italian science


Le neuroscienze alla base del metodo


Il metodo di Gori nasce da un equilibrio preciso: da una parte la ricerca sul cervello, dall’altra l’attenzione alla persona che userà davvero quella tecnologia. Una soluzione assistiva non può limitarsi a funzionare in laboratorio. Deve essere comprensibile, adottabile e capace di entrare in una routine quotidiana senza creare distanza.

Per questo la tecnologia multisensoriale sviluppata dal suo gruppo non punta ad accumulare stimoli, ma a scegliere segnali essenziali. Un suono, una vibrazione, un cambiamento di intensità possono diventare strumenti di apprendimento se sono progettati a partire da ciò che il cervello può interpretare. L’obiettivo non è sostituire la vista con un codice artificiale, ma accompagnare il bambino verso una percezione più stabile del corpo e dello spazio.

Questa attenzione si traduce in una progettazione centrata sull’utente. Medici, terapisti, famiglie e bambini partecipano allo sviluppo e alla valutazione, perché una tecnologia utile deve essere verificata anche nella vita reale. È una scelta che riduce il rischio di creare prototipi promettenti ma poco usati, e orienta l’innovazione verso bisogni concreti.

Il know-how italiano porta le tecnologie dal laboratorio al mondo reale


Il primo esempio di approccio è ABBI, Audio Bracelet for Blind Interaction: come riportato da Pandora Rivista, sviluppato insieme a centri di riabilitazione. ABBI produce un suono legato al movimento del corpo: così un bambino non vedente o ipovedente può percepire meglio come si muove nello spazio e, se il dispositivo è indossato da più persone, anche come si muovono gli altri.

La forza di ABBI sta nella semplicità dell’esperienza. Il suono non è un’aggiunta decorativa, ma un’informazione che accompagna il gesto. La stessa logica ritorna in iReach, un sistema per l’intervento precoce nei bambini con disabilità visiva. Il dispositivo combina un braccialetto con altoparlante e motore vibrante con un’unità di riferimento collegata senza fili. Suono e vibrazione variano in base alla distanza, guidando il bambino verso un oggetto o una parte del corpo. Ancora una volta, la tecnologia non sostituisce la relazione: la rende più accessibile.

Questo approccio entra anche nella scuola e nella riabilitazione. Con il progetto europeo weDRAW, la matematica viene esplorata attraverso udito e movimento, oltre che attraverso la vista. Mentre con CLIMB, una parete di arrampicata multisensoriale installata al Gaslini di Genova aiuta bambini con esiti di ictus a svolgere esercizi riabilitativi in modo più attivo.


L’Italia come polo di eccellenza nella ricerca neurologica inclusiva


I progetti di Monica Gori raccontano anche la qualità di un ecosistema. Dietro i dispositivi ci sono istituti di ricerca, ospedali, centri di riabilitazione, università e competenze tecnologiche che lavorano in modo connesso. Il percorso tra IIT, Gaslini, Istituto Mondino di Pavia e realtà del territorio mostra come la ricerca neurologica inclusiva abbia bisogno di luoghi in cui il laboratorio possa dialogare con la clinica e con la scuola.

Per EdTech, MedTech e tecnologie assistive, questa filiera è significativa perché mostra che l’innovazione nasce dalla capacità di tradurre: dal dato scientifico al prototipo, dal prototipo al contesto reale, dall’esperienza d’uso al miglioramento dello strumento. È un processo paziente, in cui il valore tecnologico si misura anche nella possibilità di essere compreso, adottato e condiviso.

In questo quadro si inserisce anche RAISE, Robotics and AI for Socio-economic Empowerment, ecosistema finanziato dal PNRR che sviluppa sistemi inclusivi per mobilità e scuola attraverso intelligenza artificiale e multisensorialità. La posta in gioco supera il singolo dispositivo: riguarda l’accesso all’educazione, alla riabilitazione e a opportunità più ampie di autonomia.

La portata globale della scienza italiana


La storia di Monica Gori racconta un’eccellenza italiana fatta di competenza, visione e capacità di trasformare le idee in soluzioni reali. È la stessa capacità di portare l’invenzione oltre il laboratorio che emerge anche nella storia di Federico Faggin e del microchip, un altro esempio di ricerca italiana capace di dialogare con il mondo. È proprio questo know-how che OpportunItaly accompagna nel mondo: il programma di internazionalizzazione che aiuta imprese e professionsiti italiani dei settori più innovativi — dall’EdTech al MedTech, fino alle tecnologie assistive — a farsi conoscere oltre confine e a costruire nuove opportunità di crescita. Se anche la tua organizzazione unisce ricerca, innovazione e impatto sociale, unisciti al programma e scopri come portare la tua eccellenza sui mercati internazionali.

Fonti:
Pandora Rivista, intervista a Monica Gori
Frontiers in Psychology, studio su iReach, 2025
Vanity Fair Italia, profilo di Monica Gori

In sintesi


  • Monica Gori è una neuroscienziata dell'Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova, dove dirige l'unità U-VIP dedicata alle persone con disabilità visiva; si occupa di questi temi dal 2002.

  • Quando manca un senso, gli altri non si potenziano automaticamente; nei primi anni di vita la vista organizza la percezione dello spazio mettendo in relazione udito, tatto e movimento.

  • Dalle sue ricerche sono nate tecnologie multisensoriali concrete, come il braccialetto sonoro ABBI, il nuovo dispositivo iReach, la parete riabilitativa CLIMB all'ospedale Gaslini e gli strumenti per la matematica inclusiva del progetto weDRAW. 

  • Ogni soluzione unisce basi neuroscientifiche e progettazione centrata sull'utente sviluppata insieme a medici, terapisti e famiglie. 

  • Il lavoro di Monica Gori si inserisce in una rete italiana di istituti e ospedali (IIT, Mondino di Pavia, Gaslini) e in iniziative come RAISE, finanziata dal PNRR, con il sostegno di fondi europei come gli ERC e Horizon. 

  • Le tecnologie sono pensate per accompagnare la relazione umana, non per sostituirla, favorendo l'inclusione a scuola, nella riabilitazione e nel gioco.


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